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LA LEGITTIMITA' "CONVENZIONALE" DEL SISTEMA NORMATIVO SULLE MISURE DI PREVENZIONE PATRIMONIALI ITALIANE.
   
 
 

E’ fatto notorio che la CorteEuropea dei Diritti dell’Uomo ha sempre considerato le misure di prevenzionepersonale e patrimoniale estranei alla nozione di materia penale per comeelaborata dalla sua stessa giurisprudenza.

Conseguenza pratica di taleassunto teorico, è stata la costante declaratoria di non applicabilità, alprocedimento di prevenzione, delle garanzie processual-penalistiche tipizzate,nello specifico, nei parr. 2 e 3 dell’art. 6 e nell’art. 7 CEDU.

Ci si riferisce, segnatamente, aicasi Andersson c. Italia, Riela c. Italia, Arcuri ed altri c. Italia, Raimondoc. Italia, Guzzardi c. Italia, Paleari c. Italia.

In tali pronunce, in estremasintesi, il procedimento applicativo di misure di prevenzione patrimoniale èstato ritenuto conforme, nella sostanza, all’art. 1 Prot I CEDU poichél’ingerenza nel diritto di godimento dei beni sarebbe proporzionata allo scopoperseguito – la prevenzione dei reati -, legittimo e necessario in una società democratica.

Il capo penale dell’art. 6 el’intero art. 7 CEDU, invece, non sarebbero applicabili ai procedimenti dequa, stante il carattere meramente patrimoniale e preventivo delle misurepreventive.

Scorrendo la parte motiva dellecitate pronunce, tuttavia, non sfuggirà di certo all’ermeneuta più accorto chein queste, pur rinvenendosi riferimenti più o meno espliciti alla c.d. dottrinaEngel, non è dato riscontrare alcuna analisi completa e compiuta dellariconducibilità dell’istituto in questione alla nozione di autonoma di “materiapenale”.

Tale circostanza – sia pur di persé non dirimente – ci consente dunque di proporre in questa sede un vagliocritico dell’orientamento giurisprudenziale internazionale accennato.

Ed il vaglio critico che siappresta ad esporre, invero, trova giustificazione, ancor prima che in unripensamento dell’intero indirizzo ermeneutico alla luce degli stessi criteriEngel, in una serie di considerazioni di carattere sistematico che esulano, inqualche modo, dalla specifica materia di cui si tratta.

Deve anzitutto evidenziarsi cometutti i casi precedentemente citati facciano riferimento all’istituto dellemisure di prevenzione previsto e disciplinato dalle l. 1423/1956 e 575/1965; lanuova organica disciplina delineata nel d.lgs. 159/2011 non è stata ancoraoggetto della cognizione della Corte.

Parimenti, in ottica sistematica,non può non segnalarsi la tendenza recente, riscontrabile nelle sentenze dellaCorte, all’ampliamento del novero dei procedimenti domestici da considerare“penali” ai sensi della Convenzione.

Ci si riferisce, ad esempio, alcaso Menarini Diagnostics c. Italia ove è stato dichiarato afferente allamateria penale il procedimento applicativo di sanzioni in seno all’AutoritàGarante della Concorrenza e del Mercato.

Ancor più di recente, nel casoGrande Stevens c. Italia, la Corte ha affermato che anche le procedure dinanzila CONSOB vadano considerate ricadenti nella nozione autonoma di materia penale.

Partendo da tali premesse, dunque,risulta quantomeno lecito proporre un ripensamento complessivodell’inquadramento dell’istituto preventivo nell’alveo convenzionale; e, taleoperazione, non potrà che partire da una breve disamina della c.d. dottrinaEngel.

Nel caso Engel ed altri c. PaesiBassi, 08.06.1976 – da cui, appunto, l’approccio in questione trae la suaorigine ed il suo stesso appellativo – la  Corte ha elaborato tre distinticriteri che devono fungere da linee-guida per l’interprete ogniqualvolta questidebba stabilire la natura penale – o meno – di un procedimento. 

 
 

 

 

 

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