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Processo Altamirano, traballa la tesi d'accusa, dubbi sulla ricostruzione dei fatti.
   
 
 

 Aminta Altamirano Guerrero intendeva davvero togliersi la vita? E se sì, voleva farlo da sola o insieme al figlioletto Lorenz? Interrogativi non risolti, ieri, nel corso della nuova udienza, davanti alla Corte di Assise di Trapani, del processo che vede imputata la 34enne messicana accusata di aver ucciso il figlio di 5 anni, trovato morto il 14 luglio del 2014 nell’abitazione familiare di via Amendola ad Alcamo.

I tre testimoni ascoltati in un’udienza fiume iniziata alle 12.30 e proseguita fino alle 18, hanno fornito alla Corte versioni contrastanti, nel senso che solo Antonino Maniscalchi, marito della sorella di Enzo Renda (il padre del bambino), ha raccontato di averne parlato, dopo averlo saputo da Renda a cui era stato riferito da Calogero Manfrè (titolare della rivendita di vini dove Altamirano si recava per usare il computer), il 27 giugno del 2014 con il sostituto commissario Salvatore Biondo. “La conosciamo, non si ammazza”, avrebbe risposto l’investigatore, rassicurando Maniscalchi e la moglie.
Aminta Altamirano Guerrero era conosciuta dagli investigatori del Commissariato alcamese perchè aveva presentato delle denunce per maltrattamenti da parte del suo compagno. Secondo Maniscalchi “era lei a picchiare il compagno e non perdeva occasione per denigrarlo e per diffamare sia lui che la sua famiglia”.
Dopo un paio di settimane da quella conversazione, era il 13 luglio, Aminta Altamirano Guerrero telefonò a Renda, che lavorava in Germania, e gli disse – ha riferito sempre Maniscalchi – “di avere scoperto che lui aveva un’amante e che si sarebbe suicidata con il bambino. Dopo la telefonata – ha proseguito – Enzo mi chiamò preoccupatissimo e mi chiese di informarne la Polizia. Ne parlai con il suo legale e concordammo di avvisare il Commissariato il giorno seguente”. Maniscalchi ha anche affermato di non essersi particolarmente allarmato visto che “l’Altamirano era solita fare sempre il contrario di ciò che diceva”.
Il 14 luglio il bimbo venne trovato morto.
Sempre a proposito delle reali intenzioni di suicidio della donna, sia Morena Asta, sua amica, sia Giuseppe Calvaruso, cugino della madre di Enzo Renda, la cui casa era abitualmente frequentata da Altamirano Guerrero insieme a Lorenz, hanno affermato di non aver mai colto nelle loro conversazioni con la donna questo tipo di propositi. Incalzata più volte dal pubblico ministero Sara Morri, Asta ha anche ribadito di non ricordare che il vinaio Manfrè, quando le riferì preoccupato che la messicana voleva “farla finita”, avesse parlato anche del figlioletto Lorenz. I due, accompagnati dal marito della donna, titolare di una macelleria vicina al negozio di Manfrè, si recarono poi a parlare con Enzo Renda a cui riferirono dello stato di profondo disagio in cui Aminta Altamirano Guerrero e Lorenz vivevano da quando lui aveva interrotto il rapporto sentimentale con la compagna e si era trasferito a lavorare in Germania come pizzaiolo. In quell’occasione momento, tra l’altro, la donna era stata ricoverata, per un malore, all’ospedale di Trapani e il bambino era con lei senza che ci fosse nessuno ad occuparsene. “Renda – racconta ancora Morena Asta (e la stessa cosa ha riferito Manfrè nella sua testimonianza) – ci disse che non si poteva avvicinare alla donna per via delle denunce e l’indomani partì per la Germania”.
A precisa domanda del difensore, l’avvocato Baldassare Lauria, Morena Asta ha riferito di non aver mai sentito Aminta Altamirano Guerrero esprimere propositi di suicidio né di aver mai assistito a comportamenti violenti o prevaricatori della donna nei confronti di chiunque. “Aveva un rapporto simbiotico con Lorenz – ha raccontato – , che chiamava il mio piccolo principe, e tutta la sua vita girava attorno al bambino. Lo vedevo pulito, curato anche se sempre con gli stessi vestiti per i problemi economici che avevano”.
“Lorenz era un bambino splendido – ha detto, tra le lacrime, Asta – molto maturo per la sua età. Capiva tutto e, in un’occasione mi chiese: perche alla mia mamma le gocce che prende non la fanno sorridere?”.
Sia la donna sia Giuseppe Calvaruso, hanno riferito di avere più volte aiutato economicamente Aminta Altamirano Guerrero. Le facevano la spesa o le davano direttamente dei soldi per andare avanti. La messicana era solita recarsi quasi ogni giorno nell’abitazione di Calvaruso e della moglie, Maria Evola, dove il piccolo Lorenz si sentiva “a casa”.
“Ai miei parenti non gliene fregava niente di quel bambino – ha detto Giuseppe Calvaruso, anche lui scosso dalla commozione durante la testimonianza davanti alla Corte – e questo mi faceva davvero rabbia. Lo chiamavano l’indios, non avrebbero neppure voluto che venisse a casa mia”.
“Una volta – ha proseguito – mia moglie mi riferì di avere visto Aminta davanti alla chiesa a chiedere l’elemosina per dare da mangiare al bambino. Mi fece molta rabbia l’idea di un padre che non si occupava di suo figlio. Aminta, quando ancora vivevano insieme, chiamava al telefono mia moglie, anche di notte, quando Enzo Renda, ubriaco, picchiava lei e il bambino”.
“Provai a parlare ad Enzo Renda della situazione in cui la donna e il bambino si trovavano dopo il suo trasferimento in Germania – ha detto ancora Calvaruso – lui venne a casa mia ma quando presi il discorso non volle affrontarlo e se ne andò”.
Una nuova udienza del processo davanti alla Corte di Assise presieduta da Angelo Pellino, giudice a latere Samuele Corso, si svolgerà il prossimo 11 novembre.

 
 

 

 

 

 

 
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