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TORTURA. LA CONDANNA DELLA CEDU NEI CONFRONTI DELL'ITALIA PER I FATTI DI GENOVA DEL G8.
   
 
 

 La sentenza (6884/11) con cui, all'unanimità  ieri a Strasbugo, i giudici della Corte europea per i diritti dell'uomo hanno stabilito che durante il G8 di Genova nel 2001 l'Italia viola il divieto di infliggere torture e trattamenti inumani, durante l'irruzione della polizia alla scuola Diaz nella notte tra il 21 e il 22 luglio, ¨ innanzitutto un monito allo Stato a tenere sotto controllo le proprie forze dell'ordine, e una condanna senza appello del comportamento della polizia italiana in quell'occasione. La violazione riguarda l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo («Nessuno può essere sottoposto a tortura e a pene o trattamenti inumani o degradanti»). Ma la sentenza rileva anche un problema «strutturale», giudicando la legislazione penale italiana «inadeguata nei riguardi dell'esigenza di sanzionare gli atti di tortura e priva di effetti dissuasivi per prevenire efficacemente il loro reiterarsi». La Corte nota, in particolare, che «la mancata individuazione degli autori materiali dei maltrattamenti deriva in parte dalle difficoltà  obiettive della Procura a procedere a delle identificazioni certe, ma anche alla mancanza di cooperazione da parte della polizia». La Corte era stata investita del caso a seguito del ricorso di un cittadino italiano, Arnaldo Cestaro, che aveva 63 anni all'epoca dei fatti, e che ora dovrà  essere risarcito con 45.000 euro per danni morali, oltre al risarcimento di 35.000 euro già  deciso dalla magistratura italiana. Al momento dell'irruzione della polizia alla Diaz, Cestaro si era seduto contro il muro a braccia alzate, ma era stato colpito ripetutamente con calci e manganellate dagli agenti, riportando diverse fratture e conseguenze permanenti al braccio destro e alla gamba destra. «I poliziotti che hanno aggredito Cestaro non sono mai stati identificati, non sono stati oggetto di un'inchiesta e sono rimasti dunque impunità», ricorda la Corte. I giudici di Strasburgo «deplorano che la polizia italiana abbia potuto impunemente rifiutarsi di fornire alle autorità competenti la cooperazione necessaria all'identificazione degli agenti che avrebbero potuto essere implicati negli atti di tortura», e notano che «sono stati prescritti in appello i delitti di calunnia, abuso della pubblica autorità , lesioni» riguardanti l'irruzione alla Diaz. La Corte considera che «la reazione delle autorità  non è¨ stata adeguata, se si tiene conto della gravità  dei fatti», e questo «la rende incompatibile con gli obblighi procedurali derivanti dall'articolo 3 della Convenzione». Inoltre, i giudici di Strasburgo scagionano chiaramente la magistratura italiana da eventuali colpe nella vicenda giudiziaria. «Questo risultato - sostengono - non ¨ imputabile agli indugi o alla negligenza della procura o delle giurisdizioni nazionali, ma al fatto che la legislazione penale italiana applicata al caso si è rivelata allo stesso tempo inadeguata per quanto riguarda l'esigenza di sanzionare gli atti di tortura in questione, e priva dell'effetto dissuasivo necessario per impedire in futuro altre violazioni simili dell'articolo 3« della Convenzione. La Corte ricorda gli obblighi che hanno gli Stati membri della Convenzione dei diritti dell'uomo riguardo ai rimedi da apportare a problemi «di carattere strutturale» come questo, compreso «il dovere di predisporre un quadro giuridico adeguato, in particolare attraverso disposizioni penali efficacia». I giudici di Strasburgo considerano «necessario che l'ordinamento giuridico italiano si munisca di strumenti legali adeguati a sanzionare i responsabili di atti di tortura o di altri maltrattamenti ai sensi dell'articolo 3 (della Convenzione, ndr), e a impedire che possano beneficiare di misure in contraddizione con la giurisprudenza della Corte» dei Diritti dell'Uomo, come ¨ invece avvenuto con la prescrizione dei reati nel caso in questione. Nella sentenza si sottolinea quanto aveva già  appurato la Corte di Cassazione italiana, e cioè¨ che le violenze alla Diaz sono state perpetrate «a scopo punitivo, di rappresaglia, mirante a provocare l'umiliazione e la sofferenza fisica e morale delle vittime». Una constatazione, ricordano i giudici di Strasburgo, che qualifica pienamente quelle violenze come «tortura» ai sensi dell'articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti. La Corte europea dei Diritti dell'uomo nota anche «l'assenza di qualunque legame di causalità  fra la condotta del signor Cestaro e l'utilizzazione della forza da parte degli agenti di polizia al momento del loro intervento. I maltrattamenti sono stati dunque inflitti in modo del tutto gratuito», concludono i giudici di Strasburgo.

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO, SEZIONE QUARTA,  SENTENZA DEL  07.04.2015, AFFAIRE CESTARO C/ITALIA

 
 

 

 

 

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