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Caso Bommarito: Lauria, la condanna all'ergastolo va revocata.
   
 
 
PALERMO - “Vogliamo la verità sul caso Bommarito, non ci tiriamo indietro”, così Gioacchino De Luca, sindaco di Borgetto, Comune che ieri ha ospitato il convegno “Giustizia Ingiusta. La legge è uguale per tutti?” durante il quale si è affrontata la delicata vicenda giudiziaria di Vincenzo Bommarito, 30 anni, condannato all’ergastolo per il sequestro e la conseguente morte di Pietro Michele Licari, il possidente partinicese rapito il 13 gennaio del 2007 e ritrovato cadavere dopo un mese in un pozzo nelle campagne di San Cipirello. L’uomo morì di stenti. Per il delitto sono stati arrestati e processati Giuseppe Lo Biondo all’epoca dei fatti appena 18enne e Vincenzo Bommarito. Lo Biondo confessò, fu condannato in abbreviato a 13 anni e 4 mesi, ma accusò il giovane di Borgetto che invece si è sempre dichiarato innocente. Un’innocenza nella quale crede il suo legale, Cinzia Pecoraro, che ne ha assunto la difesa a sentenza emessa e che ha deciso di intraprendere il difficile percorso della revisione del processo. Accanto a lei, un team di esperti criminologi e psicologi forensi ma anche periti dal calibro di Roberto Cusani ed Alessandro Meluzzi, il primo docente di ingegneria delle telecomunicazioni all’Università della Sapienza di Roma, -che ha confutato la prova regina del processo, ovvero l’analisi sulle celle telefoniche-, il secondo psichiatra di fama internazionale. A “sposare” il caso Bommarito pure l’associazione “Progetto Innocenti”, diretta dall’avvocato Baldassare Lauria, il legale che ha difeso gli imputati della strage della casermetta di Alcamo Marina, assolti dopo 36 anni. E poi ci sono la gente comune e le Istituzioni di Borgetto che sulla base degli elementi scoperti ed illustrati in più occasioni dall’avvocato Pecoraro cominciano a credere che Vincenzo Bommarito meriti una seconda possibilità. E’ anche nato un comitato civico -che si chiama “vediamoci chiaro”- con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica. Tra le prove che dimostrerebbero la presunta innocenza di Vincenzo Bommarito: la testimonianza di un supertestimone, le lettere inviate da Giuseppe Lo Biondo nelle quali chiede perdono all’ergastolano per “averlo tirato in ballo”, la perizia sulla celle telefoniche del professore Cusani, le intercettazioni ambientali in carcere, tutti elementi accolti dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione di Roma, secondo cui il ricorso per la revisione del processo, presentato dalla Pecoraro, “appare fondato”. Alle presunte nuove prove si aggiungono una serie di indizi che fanno riflettere sulla possibilità che Bommarito potrebbe essere stato incastrato. Dubbi che non faranno una prova ma che suscitano una serie di interrogativi. Tra le “stranezze” del caso l’avvocato Cinzia Pecoraro annovera: che tra le stanze del Tribunale di Palermo non si troverebbero più i faldoni dei PM sul caso; che ad eccezione di una delle sorelle, nessun familiare di Bommarito è stato sentito; che nessuno ha dato peso al fatto che Giuseppe Lo Biondo fosse in possesso di diverse sim telefoniche e che lo stesso fosse in contatto con una persona che lavorerebbe al Ministero della Difesa; che Lo Biondo avrebbe raccolto delle cicche di sigarette dal terreno di Bommarito -per il quale lavorava- e se le sarebbe messe in tasca (proprio da due cicche di sigarette ritrovate vicino al pozzo in cui venne tenuto prigioniero Licari, fu estratto il Dna di Bommarito); che durante il periodo del sequestro due persone furono intercettate mentre parlavano del fatto, dando già per morto Pietro Michele Licari, quando invece ancora i carabinieri non erano arrivati alla soluzione del caso; che il padre di Giuseppe Lo Biondo nel 2001 è stato condannato insieme ad una banda di delinquenti di Palermo, proprio per sequestro di persona; che il giovane Lo Biondo ogni sera veniva prelevato dai campi della famiglia Bommarito da una macchina scura con a bordo quattro persona, mentre prima del rapimento di Licari era lo stesso Vincenzo o i suoi familiari ad accompagnare il sancipirellese a casa; che sull’autovettura di Licari, utilizzata per il sequestro, furono trovate delle tracce di sangue che non appartenevano né alla vittima, né a Lo Biondo, né a Bommarito. Inoltre l’avvocato Pecoraro ha parlato con il migliore amico di Giuseppe Lo Biondo che le avrebbe raccontato che “ogni sera stava insieme al ragazzo ed ogni sera intorno alle 21.30 Lo Biondo riceveva una chiamata al cellulare di pochi secondi ed andava via dicendo all’amico che c’era Vincenzo che lo aspettava”. Ma dai tabulati telefonici del Lo Biondo -spiega l’avvocato Pecoraro- non risulterebbe nessuna telefonata tra i due. Mentre quelli del Bommarito non sarebbero mai stati acquisiti da chi indagava ed oggi non esistono più. La Pecoraro e il team di esperti che lavorano al caso sono certi che se questi elenchi fossero stati presi in considerazione, Bommarito sarebbe stato assolto. La convinzione nasce anche dal risultato della perizia sulle celle telefoniche del professore Cusari che accerterebbe che “alle ore 20:06 del 13 gennaio del 2007, giorno del rapimento di Licari, non solo Bommarito non si trovava con Giuseppe Lo Biondo -che avrebbe cercato di mettersi in contatto con lui attraverso il cellulare- ma non si trovava né a Partinico, né nelle campagne di San Cipirello (dove Licari è stato tenuto rinchiuso in un pozzo), né nella sua abitazione di Borgetto, bensì nella zona di Alcamo, tanto che il suo telefono che ha agganciato la cella di Castellammare del Golfo”. Economico, per l’accusa, il movente che ha spinto i due giovani a commettere l’orribile crimine, ma l’avvocato Pecoraro è riuscita anche a chiarire questo aspetto. Intercettato, il giovane borgettano aveva avuto una conversazione con un’impiegata della banca che lo sollecitava a saldare una rata di 2.250 euro. Bommarito aveva acquistato un trattore chiedendo un prestito di 45.000 euro che pagava con rate semestrali, comunque sempre onorate, come verificato dall’avvocato Pecoraro che ha chiesto proprio alla banca l’estratto conto del suo assistito, dal quale tra l’altro non è emersa la “grave situazione economica e debitoria”, che per i giudici invece ha rappresentato il movente. Ma durante le indagini, gli inquirenti non avrebbero controllato la posizione economica del giovane. Insomma una storia dai contorni pochi chiari. A fare luce sul caso ci sta tentando un gruppo di psicologia investigativa, del quale fanno parte il criminologo Ernesto Mangiapane e la psicologa forense Tiziana Lanza. Mangiapane ha annunciato nel corso del convegno che si è tenuto ieri a Borgetto che dal 2 luglio il team inizierà le indagini sulla vita di Pietro Michele Licari, la vittima, della quale però si sa poco o niente. Mentre l’avvocato Baldassare Lauria, direttore scientifico dell’associazione “Progetto Innocenti”, si metterà in contatto con il generale Luciano Garofano, ex comandante della sezione dei RIS di Parma, già consulente in diversi casi di omicidio.
 
 

 

 

 

 

 
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