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DETENUTI-SORVEGLIANZA ECCESSIVA -CONFIGURAZIONE TORTURA
   
 
 
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO, SENTENZA DEL 27.11.2003
AFFAIRE HENAF C/FRANCIA - VIOLAZIONE ARTICOLO 3 CONVENZIONE EDU.

Costituisce violazione dell’art. 3 della Convenzione l’adozione, nei confronti di un detenuto, di metodi di sorveglianza e coercizione eccessivi e non necessari rispetto al fine della tutela della sicurezza pubblica (nel caso di specie, il ricorrente, pur non manifestando comportamenti aggressivi o comunque “pericolosi”, era stato legato al letto dell’ospedale in cui si trovava temporaneamente ricoverato).
Fatto:

Il ricorrente, il sig. Hénaf, è un cittadino francese nato nel 1925 che, al tempo dell’emissione della presente sentenza, si trovava in stato di detenzione nel carcere di Nantes. Il sig. Hénaf era stato ritenuto colpevole (in più giudizi e per fatti commessi in tempi diversi – nel 1992, nel 1998, nel 1999) di rapina a mano armata e reati contro il patrimonio e condannato complessivamente a dieci anni di reclusione. Nel 1999 il ricorrente fu condannato ad ulteriori sei mesi di reclusione per non aver fatto ritorno in carcere dopo un periodo di licenza. In quest’ultima occasione fu sottoposto a esame psichiatrico. I periti che lo visitarono ebbero a sostenere che il suo comportamento fosse dovuto ad un disturbo psichico che aveva temporaneamente compromesso le sua facoltà di giudizio e lo aveva spinto alla fuga, e che il carcere, anche considerata l’età avanzata del periziando, costituisse misura inidonea e antiterapeutica.

Il 7 novembre del 2000 il ricorrente fu trasferito all’ospedale Pellegrin di Bordeaux per sottoporsi a un’operazione chirurgica che avrebbe avuto luogo l’indomani. Il direttore del carcere impartì alcune istruzioni per la traduzione del sig. Hénaf in ospedale, tra le quali la presenza di poliziotti che scortassero e controllassero il detenuto, ai quali si rimetteva una certa discrezionalità nel valutare le opportune misure restrittive da adottare raccomandando, comunque, metodi di sorveglianza non eccessivamente duri. Durante il trasporto e la degenza, tuttavia, il sig. Hénaf rimase ammanettato; lungo tutta la notte, inoltre, fu incatenato al letto per una caviglia. Lamentando le condizioni inumane a cui era stato sottoposto, il ricorrente rifiutò di sottoporsi a operazione e ritornò in carcere.

Il 9 novembre 2000 il sig. Hénaf sporse denuncia contro gli agenti che lo avevano scortato, accusandoli di gravi maltrattamenti, aggressione e tortura. La procura, ravvisando il pericolo di fuga del detenuto, decretò che la partecipazione del ricorrente all’istituendo procedimento andasse subordinata al versamento di 6.000 franchi a titolo di cauzione. Il sig. Hénaf lamentò l’impossibilità di pagare la somma richiesta, viste le proprie condizioni di indigenza, e anzi chiese di potersi avvalere del gratuito patrocinio legale (richiesta rimasta inesaudita). Nel maggio 2001 la querela del sig. Hénaf fu dichiarata irricevibile a causa del mancato pagamento della cauzione. Contro tale decisione il ricorrente propose appello di legittimità, ancora pendente innanzi alla Corte di Cassazione al tempo della pronuncia della Corte di Strasburgo.

Avendo scontato la pena, il 1 ottobre 2001 il ricorrente fu scarcerato. Fu di lì a poco imprigionato nuovamente per condanne relative ad altri procedimenti penali.
Sulla ricevibilità:

Il convenuto governo francese, invocando l’art. 35 della Convenzione, eccepisce il mancato previo esperimento dei rimedi di diritto interno da parte del ricorrente. In particolare, l’esito negativo del ricorso avanzato innanzi ai giudici nazionali dal sig. Hénaf sarebbe imputabile esclusivamente al ricorrente stesso, che rifiutò di pagare la cauzione richiesta dai giudici affinché potesse svolgersi il giudizio.

La Corte respinge le argomentazioni del governo convenuto, replicando che, perché si possa parlare di rimedio di diritto interno da esperire, ai sensi dell’art. 35, prima di poter adire la Corte di Strasburgo, tale rimedio debba essere corredato, nella pratica e non solo nella teoria, dal carattere dell’effettività. Tenuto conto della particolare condizione di svantaggio in cui il sig. Hénaf versava (lo stato di detenzione) e della particolare gravosità, per quest’ultimo, dell’imposizione di una somma elevata a titolo di cauzione, tale carattere sembra da escludersi nel caso di specie. Per questi motivi la Corte dichiara il ricorso rispettoso dei criteri di cui all’art. 35 e, pertanto, ricevibile.
Diritto:

Il ricorrente si rivolge alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo lamentando di aver subito, in riferimento alle condizioni a cui fu sottoposto durante la degenza ospedaliera, un trattamento contrario all’art. 3 della Convenzione (Proibizione della tortura).

La Corte nota che, delle numerose condanne pronunciate nei confronti del ricorrente, nessuna facesse esplicito riferimento a comportamenti violenti; i giudici di Strasburgo, inoltre, rimarcano che, sebbene nel 1998 il sig. Hénaf avesse tentato la fuga durante un periodo di licenza dal carcere, tale episodio fosse rimasto isolato, che non si fosse consumato con modalità violente e che fosse stato causato, secondo quanto affermato dai periti psichiatrici, da un disturbo mentale di carattere transitorio. Non è dunque dimostrato, a parere della Corte, che il ricorrente fosse realmente un soggetto pericoloso al tempo dei fatti di cui si discute. Ad ogni modo, anche qualora il pericolo di fuga o di comportamenti violenti fosse stato reale, ciò non avrebbe giustificato la misura abnorme di legare al letto il detenuto la notte prima dell’operazione, soprattutto considerando che, nel frattempo, due poliziotti piantonavano la camera in cui era ricoverato. Considerata l’età del ricorrente, il suo stato di salute, l’assenza di precedenti comportamenti violenti, le raccomandazioni del direttore del carcere volte a porre in essere misure di sicurezza non eccessive e di carattere ordinario nonché, infine, l’approssimarsi di un intervento chirurgico, la Corte giudica sproporzionati le restrizioni corporali a cui egli fu sottoposto.

La Corte ritiene utile ricordare che, nella relazione inviata al governo francese dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti (CPT) all’indomani di una la visita effettuata nel maggio 2000, era stata raccomandata la messa al bando della misura di contenzione del legare il paziente al proprio letto.

Date queste premesse, i giudici di Strasburgo dichiarano all’unanimità che vi è stata violazione dell’art. 3 della Convenzione da parte delle autorità francesi.



Il corpo è qualcosa di assolutamente peculiare, non è semplicemente qualcosa che noi abbiamo, è piuttosto qualcosa che noi “siamo”. Intervenire coercitivamente sul corpo degli individui significa introdursi nella loro dimensione più intima ed esclusiva, in un certo senso modificarne l’essere. Talvolta, cionondimeno, le regole della convivenza civile rendono necessarie tali intrusioni: è ciò che avviene, ad esempio, quando si pone qualcuno in stato di detenzione, costringendo la sua libertà di movimento, o quando si dispone un trattamento sanitario obbligatorio al fine di tutelare la salute individuale o collettiva prescindendo dal consenso della persona sul cui corpo ci si “introduce”. Lungi da me contestare in via teorica la legittimità di queste “intrusioni”; occorre tuttavia aver sempre presente che ogni qualvolta si interviene coercitivamente sui “corpi” lo si fa sacrificando prerogative individuali fondamentali, quali la libertà personale, la dignità di persona umana, il diritto all’autodeterminazione. È chiaro, dunque, che un prezzo tanto altro può essere pagato solo qualora in gioco ci siano finalità altrettanto “alte”, quali la tutela della sicurezza e della salute pubblica. Con la presente pronuncia la Corte di Strasburgo ci ricorda che, mancando nel concreto tali esigenze di tutela, ciò che rimane di una costrizione corporea è solo la violazione ingiustificata, inaccettabile in quanto evitabile, di diritti personali di primissima importanza. Libertà, dignità, autodeterminazione: diritti “inalienabili”, come si suol dire, ovvero che competono alla persona in quanto tale e che nessuna circostanza può far venir meno, nemmeno lo status di detenuto.
 
 

 

 

 

 

 
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