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ESTRADIZIONE- IMPUGNABILITA' AMMINISTRATIVA DECRETO MINISTRO -
   
 
 
CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL'UOMO, SEZIONE SECONDA, SENTENZA DEL 11 OTTOBRE 2011, AFFAIRE SCHUCHTER C/ITALIA

Il 19 novembre 2010 il Ministro della giustizia aveva adottato il decreto di estradizione ma il giorno precedente era stato proposto ricorso alla Corte di Strasburgo per violazione degli artt. 2, 3 e 6 CEDU, con richiesta di un provvedimento ad interim ai sensi dell'art. 39 del Regolamento. Inoltre, avverso il decreto ministeriale era stato proposto ricorso al TAR con richiesta di sospensiva, rigettato dal tribunale amministrativo.
Con riferimento alle doglianze relative agli artt. 2 e 3 CEDU, cioè che l' estradizione verso gli Stati Uniti avrebbe conseguenze negative sulla vita e la salute della ricorrente, la Corte rileva preliminarmente di avere costantemente ritenuto che quando vi sono motivi seri e reali di credere che l'interessato, se estradato (Soering c. Regno Unito, 7 luglio 1989) o se espulso (v. Saadi c. Italia, 28 febbraio 2008), possa essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti, può entrare in gioco l'art. 3 CEDU e la conseguente responsabilità dello Stato. A tale riguardo la doglianza in punto di pena eccessivamente lunga che potrebbe essere inflitta negli Stati Uniti - in conseguenza della possibilità di cumulo aritmetico delle condanne per i vari reati - per essere fondata deve attenere a un trattamento che raggiunga una soglia minima di gravità, atteso che la sofferenza e l'umiliazione sono inevitabilmente legati alla esecuzione di una pena; tale soglia va individuata tenendo conto gli elementi della causa (durata, effetti sulla salute fisica e psichica, età, ecc.). La stessa pena perpetua non è di per sé impedita dall'art. 3 CEDU, perché quello che rileva è l'incompressibilità della pena stessa: in sostanza la circostanza se il condannato abbia la possibilità di essere liberato e non sia privato della speranza di scarcerazione. Ai fini dell'art. 3 la pena deve essere "compressibile" de iure e de facto. Ora, nel caso di specie, l'ordinamento statunitense non contempla la pena dell'ergastolo ma solo quella di trenta anni di reclusione e lo Stato richiedente ha dimostrato che i reati in questione non richiedono un calcolo consequenziale della pena, spettando al giudice di valutare se, invece, il condannato debba calcolare la pena in maniera "concorrenziale" (l'esecuzione delle pene concorre). Inoltre, la legislazione americana prevede la possibilità di liberazione anticipata o altre forme di commutazione della pena. È pur vero che la relativa decisione è espressione di potere discrezionale ma, ai fini della verifica della violazione convenzionale, ciò che rileva è "se esista per la ricorrente la speranza di essere liberata"; tale essendo la situazione, la pena non può essere ritenuta "incompressibile" de iure. Si tratta di vedere se lo sia de facto ma nessuna allegazione è stata fornita a sostegno dell'assunto che essa non potrà mai beneficiare di un alleggerimento della pena. Da qui la manifesta infondatezza del motivo.
Quanto, poi, alla doglianza che la carcerazione metterebbe in pericolo la salute della ricorrente, la Corte nota che secondo l'ordinamento americano il giudice dovrà prendere in considerazione la salute del condannato al fine di adottare, se del caso, le opportune decisioni; addirittura non può neppure escludersi che, all'esito del giudizio e della condanna, la ricorrente non venga incarcerata. Anche questo motivo è stato quindi respinto.
Quanto poi all'ulteriore motivo dedotto, cioè che la ricorrente, se condannata negli Stati Uniti, potrebbe essere sottoposta ad alimentazione forzata (sulla base di allegazioni fondate su notizie di stampa concernenti tali trattamenti nelle carceri americane), la Corte ribadisce che, in principio, una misura terapeutica considerata necessaria secondo i canoni medici non può essere considerata inumana e degradante; a questa regola non si sottrae l'alimentazione forzata che però, una volta disposta, deve a sua volta non oltrepassare il limite rappresentato dal divieto di trattamenti inumani e degradanti; mancando del tutto la prova che le autorità americane non rispettino tali principi, anche questo motivo di ricorso deve essere rigettato come manifestamente infondato.
Infine, quanto alla mancanza di pubblicità della procedura relativa all' estradizione , la Corte ribadisce la propria giurisprudenza tesa a sottolineare che la procedura di estradizione non attiene alla fondatezza di un'accusa penale.

Note giurisprudenziali
Cass. pen. 2012, 02, 0690
La decisione della Corte, pure se di irricevibilità, presenta tuttavia aspetti di interessi per il nostro ordinamento, con riferimento alle disposizioni applicabili in materia di estradizione quando Stato richiedente sono gli Stati Uniti d'America; ci si riferisce in particolare alla durata eccessiva della pena, essendo non inusuale che venga eccepita l'irragionevolezza della pena (con possibile contrasto con l'art. 27 Cost.) quando, sommando le varie pene edittali potrebbero raggiungersi misure assai consistenti, anche superiori a cento anni di detenzione.
Peraltro la decisione in parola suggerisce di segnalare due problematiche.
La prima attiene al fatto che, come è accaduto nel caso di specie, dove la ricorrente aveva preannunciato ricorso al Consiglio di Stato avverso la decisione del TAR ma al contempo aveva rappresentato di non ritenere tale rimedio efficace e quindi da esperire. La circostanza è rilevante perché è noto che la possibilità di adire la Corte europea dei diritti dell'uomo implica come presupposto il previo esaurimento dei rimedi interni. Tuttavia la Corte precisa che tale presupposto presuppone che i ricorsi interni nazionali, oltre che disponibili (cioè previsti dall'ordinamento) siano anche effettivi, dove effettività vuol dire che essi "devono esistere con un sufficiente grado di certezza, in pratica come in teoria". Ora, quando è in gioco il diritto di cui all'art. 3 CEDU e viene evidenziata possibilità del rischio, un ricorso interno che non abbia effetto sospensivo non può essere considerato efficace nel senso del sistema convenzionale.
La seconda attiene alla nota questione dei termini massimi di custodia cautelare a fini estradizionali quando sia stato proposto ricorso amministrativo avverso il decreto di estradizione adottato dal Ministro. Nella sentenza Sez. un., 18 dicembre 2006, Stosic la Corte di cassazione ha chiaramente sia pure con un'affermazione obiter dictum (e tuttavia precisa e intenzionale) che non può essere applicata la disposizione di cui al comma 4 dell'art. 303 c.p.p., rilevando un vuoto normativo sul punto. In effetti la disciplina vigente determina possibili impasse forieri di pesanti conseguenze sull'operatività dell'istituto dell'estradizione. Si ricordi, infatti, che l'art. 718 del codice di rito disegna cadenze precise con effetti sulla liberazione dell'estradando: il comma 6 prevede che "il provvedimento di concessione dell'estradizione perde efficacia se, nel termine fissato (è quello di quindici giorni, prorogabile di altri venti giorni a partire dalla data indicata dal Ministro: v. commi 4 e 5, n.d.r.), lo Stato richiedente non provvede a prendere in consegna l'estradando; in tale caso quest'ultimo viene posto in libertà". Così è accaduto nella pratica che agenti operanti dello Stato richiedente, arrivati in Italia per prendere in consegna il ricercato, siano stati costretti a tornare indietro "a mani vuote" per essere stato attivato il procedimento amministrativo. Ora, a prescindere dal rilievo che tale evenienza può giocare sul piano dei rapporti internazionali, è di tutta evidenza che si pone un problema in punto di restrizione della libertà. Pur vero che una lettura del comma 6 consentirebbe di dire che la conseguenza liberatoria scatta "se lo Stato richiedente non provvede a prendere in consegna l'estradando", rendendo evidente che la disciplina prevede una sanzione a carico dello Stato richiedente inerte o non diligente, resterebbe comunque il problema perché, in ogni caso, la questione della mancata copertura (ai sensi dell'art. 13 Cost.) della permanenza della custodia cautelare resterebbe sul tavolo. Di questo si è resa evidentemente conto la Corte di cassazione, che con la sentenza Sez. VI, 28 luglio 2011, Marinaj, ha rimesso la questione alle Sezioni unite; queste, però, non hanno deciso (ud. 27 ottobre 2011) in quanto era venuto meno l'interesse a ricorrere per avvenuta consegna, nel frattempo, dell'estradando.
Tuttavia la pratica ha evidenziato che sul piano operativo può essere mantenuta la funzionalità del sistema, posto che la comunicazione da parte del Ministro a partire dalla quale sarà possibile provvedere alla consegna tiene generalmente conto della data fissata dal giudice amministrativo per la decisione.
 
 

 

 

 

 

 
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